Quella notte, ascoltai attraverso le pareti mentre la portava nel suo letto.
Compresi finalmente che la promessa che mi aveva fatto da bambina era una menzogna. Non ero la sua famiglia. Ero una sua proprietà.
Dopo un decennio di devozione, il mio amore per lui si trasformò finalmente in cenere.
Così, il giorno del suo compleanno, il giorno in cui celebrava il suo nuovo futuro, uscii per sempre dalla sua gabbia dorata.
Un jet privato mi stava aspettando per portarmi dal mio vero padre: il suo peggior nemico.
Capitolo 1
POV Seraphina:
Seppi che la mia vita era finita il giorno in cui Dante Moretti annunciò il suo fidanzamento con un'altra donna.
Non fu un sussurro nei grandi saloni vuoti della tenuta dei Moretti. Non fu una confessione a bassa voce nel cuore della notte. Fu un titolo, netto e nero sullo schermo del mio telefono, una notifica che ronzò sul ripiano di marmo come un insetto morente.
*Dante Moretti, Don della famiglia più potente di New York, sposerà Isabella Vescovi, unendo due imperi criminali.*
Le parole si fecero sfocate. Il mio mondo si restrinse al telefono che tenevo in mano, il cui peso freddo fu un'ancora improvvisa e scioccante in un mare di incredulità. Doveva trattarsi di un errore. Di un gioco di potere. Di una menzogna architettata per stanare un nemico. Non poteva essere reale.
Perché Dante era mio.
Era stato mio da quando avevo otto anni. Ricordo l'incendio, l'odore acre di fumo e di paura che mi riempiva i polmoni. La famiglia Rossi, la mia famiglia, veniva fatta a pezzi, e io ero solo un danno collaterale lasciato indietro. Poi lui apparve attraverso le fiamme, un ragazzo di sedici anni con occhi scuri e spietati come il mondo che comandava. Gettò il proprio corpo sopra il mio, facendomi da scudo contro il calore e il sangue che schizzava sui muri.
Mi aveva sussurrato tra i capelli, con voce roca ma ferma: «Sei al sicuro. Adesso sei una Moretti».
Per dieci anni, quella promessa era stata la mia religione. In questa gabbia dorata fatta di pavimenti di marmo e guardie del corpo silenziose e vigili, Dante era il mio dio. Era stato lui a comprarmi una luce notturna quando avevo dieci anni perché gli incubi non smettevano, un piccolo gatto di ceramica che diffondeva un bagliore tenue e costante. «Terrà lontani i mostri», aveva detto, con la mano grande e delicata mentre la inseriva nella presa.
Era lui il mostro, naturalmente. Lo sapevo. Il mondo intero lo sapeva. Ma era il mio mostro, e teneva a bada tutti gli altri.
Poi, per il mio diciassettesimo compleanno, feci la cosa più stupida che una ragazza nella mia posizione potesse fare. Gli scrissi una lettera. Una confessione, riversata in frasi goffe e sincere, macchiata con una goccia del mio stesso sangue per un effetto drammatico da adolescente. Gli dissi che lo amavo.
Trovai la lettera strappata in mille pezzettini nel cestino fuori dal suo studio. Quella notte mi mise all'angolo nella biblioteca, intrappolando il mio corpo contro uno scaffale di libri rilegati in pelle. I suoi occhi ardevano di una furia che non avevo mai visto rivolta contro di me.
«Non amarmi mai, Fina», aveva ringhiato, con una voce bassa e pericolosa come un ruggito. «Se mi ami, morirai. Hai capito?»
Avevo capito. Ma non gli credevo. Sembrava una prova. Un altro modo contorto per proteggermi.
Ora, fissando il volto di Isabella Vescovi che sorrideva accanto a lui, con la mano posata con fare possessivo sul suo braccio, compresi. Non era una prova. Era una profezia.
La portò alla tenuta quella sera stessa. Mi trovavo sul grande scalone quando entrarono. Isabella era tutto ciò che io non ero: alta, composta, con quel tipo di tratti affilati e splendidi che promettevano battaglia. Si muoveva come se quel posto le appartenesse già.
Gli occhi di Dante incrociarono i miei. Non c'era calore, non c'erano scuse. Solo un ordine piatto e freddo.
«Seraphina», disse, con la voce che rimbombava nel monumentale atrio. «Lei è Isabella. Ti rivolgerai a lei come alla futura padrona della famiglia Moretti».
Le parole furono un colpo fisico. Padrona. Il titolo che avrebbe dovuto essere...
Il sorriso di Isabella fu un'arma. «È un piacere incontrare finalmente il piccolo canarino che Dante tiene così al sicuro nella sua gabbia».
Le mie mani divennero fredde. Sentivo gli occhi di ogni guardia, di ogni domestico, puntati su di me. Ero una Rossi per sangue, una Moretti per carità. Un cane randagio che aveva raccolto dalle macerie dei suoi nemici. E ora, la vera regina era arrivata a reclamare il suo trono.
Quella notte, chiusa a chiave nella mia camera da letto, fissai il mio riflesso. I miei capelli, una distesa d'oro pallido, mi ricadevano fino alla vita. Dante aveva sempre amato i miei capelli. Una volta mi aveva detto che erano l'unica cosa pura nel suo mondo.
Entrai nel mio bagno, trovai le cesoie che usavamo per recidere gli steli dei fiori in giardino e strinsi nella mano una spessa ciocca di quei capelli puri e dorati.
Zac.
Cadde sul freddo pavimento di piastrelle, una cosa morta.
Zac. Zac. Zac.
Non mi fermai finché non furono spariti tutti, tagliati via in ciocche irregolari e frastagliate attorno alle orecchie. Sembravo selvaggia. Rovinata.
Uscii sul balcone, con l'aria fredda della notte che mi mordeva il collo appena esposto. Da una tasca nascosta della giacca tirai fuori una sigaretta, rubata a una delle guardie. Le mani mi tremavano mentre la accendevo, e il pizzicore insolito del fumo mi colpì il fondo della gola. Tossii, con gli occhi che lacrimavano.
Non ero più pura. Non ero più sua. Non ero niente. E quando non hai niente, non ti resta più niente da perdere.
Feci un'altra boccata, lasciando che il fumo mi riempisse, e feci una promessa allo spietato skyline di New York. Sarei scappata. O sarei morta nel tentativo.