Il cuore mi batteva all'impazzata nel petto, un ritmo caotico dettato dalla spossatezza del viaggio e da una fragile speranza.
Mio marito, Blake Carlisle, era una vera leggenda dell'hockey, un'icona dello sport.
Quel suo volto severo, quasi arrogante, era una presenza fissa sulle copertine delle riviste.
Era uno dei difensori d'élite della NHL, il tipo di giocatore che i tifosi chiamavano «il muro», la stella attorno a cui la lega costruiva intere campagne promozionali.
Stasera era rilassato sul divano, con un sorriso dolce sulle labbra che vedevo raramente.
Il suo sguardo non era rivolto alla porta.
Fissava il pavimento.
Mia figlia Lily, cinque anni, ridacchiava mentre cercava di posizionare un mattoncino Lego su una torre traballante.
E non era da sola.
Dayna Nixon, l'acclamata commentatrice sportiva di ESPN e mia sorellastra, era inginocchiata accanto a lei, con la mano perfettamente curata a sostenere la fragile costruzione.
«Dayna», cinguettò Lily con una voce dolcissima.
«Lily», disse Blake, con un calore nel tono che io bramavo da tempo. «Non far cadere il capolavoro di Dayna.»
I suoi occhi azzurro ghiaccio riflettevano la loro immagine, un quadretto perfetto.
Io me ne stavo lì, nell'ombra dell'ingresso, come un'intrusa a casa mia.
Sembravano un impeccabile ritratto di famiglia, e io, la padrona di casa, ero l'unica di troppo.
Feci rientrare la maniglia del trolley.
Il leggero scatto metallico attirò finalmente la loro attenzione.
Lily fu la prima ad alzare lo sguardo.
Il sorriso le svanì all'istante dal volto.
«Mamma», disse, con un tono piatto e riluttante.
Dayna si alzò con grazia, un'autentica visione di impeccabile eleganza nel suo maglione di cashmere e con le sue onde bionde. Mi rivolse un sorriso perfetto. «Corinne, sei tornata. Stavamo solo tenendo occupata Lily.»
Gli occhi di Blake incontrarono finalmente i miei.
Il calore nel suo sguardo evaporò in un attimo, sostituito dalla solita, gelida distanza.
Fece un solo cenno del capo.
«Ehi.»
Fu tutta l'accoglienza che ricevetti dopo il volo da Boston.
Una doccia gelata che spense l'ultimo barlume di speranza.
Mi sforzai di mostrare un sorriso rigido. «Sì, sono tornata.»
Mi avvicinai a Lily a braccia aperte per abbracciarla, stringendo nell'altra mano il pacchettino che avevo portato da Boston: una sfera di neve musicale in edizione limitata dell'Atelier No. 9 di Beacon Hill, solo cento pezzi al mondo, tre mesi di lista d'attesa, vetro soffiato a mano con all'interno una minuscola ballerina che danzava sulle note della ninna nanna di Brahms.
«Lily, ti ho portato una cosa...»
Lei indietreggiò, nascondendosi dietro le gambe di Dayna. «Ora non la voglio. Io e Dayna non abbiamo ancora finito di giocare», borbottò.
Poi corse verso il tavolino, prese un disegno a pastello e lo mostrò fiera a Dayna. «L'ho fatto per te, Dayna! Con la corona!»
Le mie mani rimasero sospese a mezz'aria, per poi ricadere goffamente lungo i fianchi.
Sentii lo sguardo di Dayna puntato su di me, un misto di finta pietà e silenzioso trionfo.
Mi voltai verso Blake, cercando un minimo appiglio di sostegno, ma la sua attenzione era già sul tablet appoggiato al bracciolo, concentrata sulle statistiche evidenziate in rosso.
Non se ne era nemmeno accorto.
«Non fa niente», sussurrai a me stessa. «Erano solo immerse nel loro gioco.»
Trascina il trolley verso la camera da letto, con la schiena dritta come un fuso.
Non appena la porta si chiuse, isolandomi dal suono delle loro risate, il mondo piombò nel silenzio.
Aprii la valigia e guardai la scatola delicata.
Avevo immaginato il suo viso illuminarsi di meraviglia.
Una sfera da seicento dollari per cui avevo atteso tre mesi.
Ora, a guardarla, sembrava solo patetica.
Cosa poteva mai valere un giocattolo a confronto dell'affetto che Dayna riusciva a ottenere con così tanta facilità?
Mi lavai la faccia, fissando nello specchio la donna pallida e sfinita.
La luce nei suoi occhi si era spenta del tutto.
Oggi era un giorno importante, mi ripetei.
Potevo almeno fare qualcosa per me stessa.
Quando tornai di là, Dayna si stava preparando per andarsene.
Prese la borsa firmata e salutò Blake con professionale calore. «Blake, io vado. Ci vediamo domani per l'analisi pre-partita.»
Lily si aggrappò subito alla sua gamba. «Non andare via, Dayna!»
Dayna le accarezzò i capelli. «Fai la brava, tesoro. Ci vediamo domani.»
I suoi occhi incrociarono quelli di Blake, scambiandosi un'intesa silenziosa.
Blake si alzò e la accompagnò alla porta, a bassa voce. «Guida con prudenza. Mandami un messaggio quando arrivi a casa.»
Una premura che a me non era mai stata concessa.
Dopo che se ne fu andata, un silenzio opprimente calò sull'appartamento.
Mi avvicinai a Blake, aggrappandomi a un coraggio sottile e ormai logoro. «Blake, pensavo... pensavo che stasera saremmo andati a cena fuori. Oggi è un giorno importante.»
Lui continuava a scorrere le statistiche della squadra sul tablet, con la fronte corrucciata. Non alzò nemmeno lo sguardo. «Stasera non posso. Gli allenatori hanno convocato una riunione tattica all'ultimo minuto. È importante.»
Non c'era alcuna traccia di rimorso nella sua voce.
Cancellare i nostri piani era un semplice dato di fatto, un contrattempo che non meritava discussioni.
Guardai il profilo duro della sua mascella, la vecchia cicatrice sopra il sopracciglio che appariva ancora più gelida sotto la luce dei faretti.
Un senso di profonda spossatezza mi travolse.
«D'accordo», dissi, con una voce così flebile da riuscire a malapena a sentirla io stessa. Tremava. «Io... pensavo solo che ti saresti ricordato che giorno è oggi.»
Lui alzò finalmente lo sguardo dal tablet.
Nei suoi occhi azzurro ghiaccio passò un lampo di fastidio, seguito da una sincera confusione, come se stesse tentando di decifrare un enigma.
In quell'istante, capii.
Se n'era dimenticato.
Aveva dimenticato che oggi era il mio compleanno.
E non gliene importava assolutamente nulla.