img La Luna prediletta del Re dei Lycan  /  Capitolo 3 Tre anni dopo il | 75.00%
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Cronologia di lettura

Capitolo 3 Tre anni dopo il

Parole:1606    |    Pubblicato il:09/05/2026

DI N

i quel posto dimenticato da Dio. Una lama di luce trafiggeva le fessure della mia cella, squarciando il buio sul pavimento incrostato di

eno la briga di v

venuto a prendermi, ormai era

iente orologi, nessun modo per di

mbalzò sulle pareti di pietra come schegge di vetro impazzit

a di sputare a terra. "Tre anni, ci credi? Questo fottuto buco puzza peggio di

an

nella mente come un pugnale av

Il tempo si era scordato di me, propri

ascinando i piedi, finché i suoi passi

nuovo

per l'ennesima volta quella ragnatela di

frastagliata incisa nella pietra sopra di me, come

ia dove la muffa fioriva come una piaga nerastra.

da rendere quel soffitto più familiare dei volti delle persone che

an lunga migliori rispetto a quando mi ero svegliata lì per

ero rannicchiata istintivamente su me stessa, in un patetico tentativo di

strato dopo strato, frantumando la mia

rmine esatto. Quella parola pr

informazioni. Volev

si laceravano in gola, nonostante il mio org

amente a un passo dalla morte, solo per poi tirarmi indietro con mani spietate

volavo in un'oscurità provvidenziale. Ma ogni volta che riaprivo gli occhi, l'incubo

quanto loro riuscissero a lacerarli. Disperati, erano passati all'argento, marchiandolo a fuoco nella mia carne per avvelenare quel processo di rig

lo che ricordavo più

gli altri.

sbuccia un frutto, scavando alla ricerca del "mostro" che giurava si

labbra, mi spaccasse la lingua e mi contorcesse lo stomaco in una mors

bicchiere appena fuori dalla mia por

ino per risvegliare la be

on mi era mancata la voce... ma a quanto pareva, persino la morte mi trovava ripugnante. Anch

un guscio vuoto e tremante, mi avevano semplicemente... lasciata lì. Abbandonata come una

o che esisteva oltre quell

cielo notturno come una manciata di diamanti. Il calore dell'estate che penetrava nelle ossa, il

'intensità tale che a volte fac

nendo. Diventavano fragili, ingrigiti,

o. La pelle si aggrappava disperatamente allo scheletro, screpolata come vecchia pergamena. No

detto non c'era nemmeno un gabinetto. Per tre anni avevo dormito nella

n un groviglio incrostato che mi trascinavo di

lento rodio dall'interno, il modo in cui lo stomaco si ritorceva su s

acciare le allucinazioni della fame e bev

umanità appassiva e moriva dentro di me. Finché non

fiutava di toccarmi, allora ero davvero condannata. Non mi era mai capitato nulla di buono f

a ancora che mi sviluppassi. Disprezzavo mio padre per avermi abbandonata senza nemmeno degnarmi di un secondo sguardo.

rasparente e insignificante. Un granello di polvere nel grande schema delle cose, facile da dimentica

dare un'occhiata a ciò che To

uffita, e forse un sorso o due di acqua sta

i attraversò i nervi mezzi mor

ra appena socchiusa, m

er respirare. Sbattei le palpebre più volte, chiedendomi se

e davanti a me. Tobia, quel pigro e distra

iena, si agitò nel profondo del

suoi deboli viticci verso la luce

iracolo, fossi riuscita a sgattaiolare via inosservata, dove diavolo sarei potuta andare conciata in quel modo? Ero poco più di un po' di

ndo quel pensiero tra i dent

o aperto, col vento freddo sulla pelle e le stelle come testimoni silenziosi, o sotto i raggi

iava di spezzarsi da un momento all'altro, cos

te, incapaci di sostenere anche i

in avanti aggrappandomi all'acciaio. Il mio respiro usciva in rantoli affannosi, come quelli di chi sta annegando e rie

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